Grazie Francesca e grazie a Nichi, a Nicola perché questa piazza, questa manifestazione, segnano un nuovo inizio.

Un nuovo inizio nel quale torna a esserci un principio di coerenza tra le parole e le cose, e la mancanza di questa coerenza è stata precisamente la malattia di questi tempi.

E allora finalmente ripartiamo dalle equazioni più semplici ma anche più belle: per esempio da questa, che la sinistra è la parola che descrive il lavoro e la sua dignità; il lavoro e la sua libertà; il lavoro e i suoi diritti.

Diritti che si conquistano e si difendono, che non sono mai dati una volta per tutte. Per questo saremo in piazza di nuovo tra poche settimane insieme al sindacato, finalmente unito, a manifestare contro il Jobs Act e le politiche economiche del governo.

Ripartiamo dai fondamentali, allora. Sinistra e lavoro, sinistra e diritti.

Ma senza avere il torcicollo, senza fare battaglie di retroguardia, senza accettare la partita che Renzi ha in mente per noi: da una parte lui, la modernità, l’innovazione; e dall’altra parte noi, i conservatori, quelli un po’ innamorati e un po’ ossessionati dal mito delle tute blu, fermi con la nostalgia a una composizione materiale del Paese che non esiste più.

Noi dobbiamo invece rovesciare questo schema, perché è Renzi ad essere vecchio quanto il neo-liberismo che da trent’anni divide i lavoratori, comprime i salari, produce crisi e disoccupazione;

vecchio quanto Craxi e la sua lotta contro la scala mobile,

vecchio quanto la Thatcher e poi Tony Blair e tutte le illusioni che negli ultimi anni hanno pensato di potere cavalcare il neo-liberismo, renderlo soltanto un po’ più compassionevole.

Vecchio quanto quel Tiziano Treu che ha imposto per legge la precarietà in Italia, e poi quindici anni dopo è stato relatore della riforma Fornero e oggi viene premiato dal governo con la nomina a presidente dell’Inps, in un Paese in cui il 45% dei giovani è senza lavoro e il 100% la pensione non la vedrà mai!

Noi invece dobbiamo essere la modernità, il futuro, passando rapidamente dalla opposizione alla proposta, immaginando un nuovo piano pubblico per il lavoro, una nuova idea di riconversione ecologica dell’industria, un grande investimento sulla ricerca, la scuola, la formazione, l’innovazione, la cultura.

E soprattutto mettendo fine alla vergognosa anomalia per la quale il nostro Paese è l’unico, guarda caso insieme alla Grecia, a non avere una forma di reddito minimo garantito.

E invece noi lo chiediamo, lo pretendiamo, perché solo così si sottrae la nostra generazione all’angoscia della precarietà, al dramma di una disoccupazione che ti toglie il respiro, il sorriso, la voglia di lottare, di vivere, persino di amare.

In questa modernità che immaginiamo e iniziamo a costruire c’è un valore che non può più essere negoziabile e che parla anche agli errori che ci dobbiamo lasciare alle spalle.

La dico così e so che Nichi mi capirà: è il diritto, dentro e fuori dai nostri partiti, nella politica come nella vita, a essere eretici, è il diritto a essere diversi, non allineati, insubordinati. Che è anche il diritto a essere meticci, perché meticce sono le lacrime che continuiamo a versare a Lampedusa e nel nostro Mediterraneo teatro di orrori e meticcia deve essere la società che abbiamo in mente, il futuro che vogliamo disegnare.

Questa è la nostra idea di Paese. E la nostra idea di governo, altroché! Lo diceva già Machiavelli: la fortuna va domata con il governo della virtù. Un’idea di governo perché è vero: il centro-sinistra è un fantasma, ma la politica la si fa per cambiare il presente, trasformare la realtà, non per testimoniare una purezza che quando è soltanto esibita poi si appanna e tristemente, lentamente si trasforma nel suo opposto, nella inutilità asfittica, nel rancore settario, che è l’esatto opposto della politica.

Attenzione compagni però a una cosa, e qui concludo: Sel è necessaria, Sel è fondamentale, è indispensabile per le sfide che abbiamo davanti. Ma Sel da sola non è sufficiente.

Pietro Ingrao ci ha insegnato a pensare l’impossibile perché solo se pensi l’impossibile hai la misura di quello che puoi cambiare.

E mettere in campo un nuovo soggetto della sinistra grande, moderno, forte nei contenuti, nei principi, con le radici nella nostra Storia e lo sguardo teso verso il futuro parrebbe impossibile. Lo sappiamo bene tutti noi, che abbiamo attraversato il deserto di questi anni, le sue divisioni, le sue sconfitte, le sue delusioni.

Ma oggi quell’impossibile può diventare possibile, grazie a questa piazza, a questo inizio.

Ora tocca a noi (lo voglio dire guardando negli occhi tante compagne e tanti compagni con cui abbiamo mescolato biografie, condiviso lotte, storie, mobilitazioni in questi anni), a partire dalla nostra generazione.

Dobbiamo metterci tutta la nostra intelligenza, tutta la nostra passione, tutta la nostra coscienza e pure la nostra incoscienza. Tremano un po’ le vene ai polsi a pensare alle sfide che abbiamo davanti, ma siamo qui e non abbiamo nessuna intenzione di tornare indietro.