È il tempo di diventare adulti, di uscire dallo stato di minorità nel quale da troppi anni è ingabbiata la Sinistra nel nostro Paese.

È il tempo di assumersi fino in fondo le nostre responsabilità.

Dobbiamo ripartire dall’apologo di Bertolt Brecht, quel sarto di Ulm a cui pochi anni fa Lucio Magri diede nuova vita: dobbiamo cioè prendere la rincorsa e questa volta balzare verso il volo, per davvero.

Qui deve stare la nostra intelligenza, la nostra maturità: dobbiamo capire fino in fondo l’urgenza dei tempi; e confrontarsi con l’Europa, capire che non possiamo continuare a essere l’anomalia del Continente, i fratelli minori che faticano a imparare la lezione. Perché questa sera Alexis Tsipras sarà il vincitore delle elezioni greche e sarà il primo di noi a farcela.

Questo è il punto e noi dobbiamo nominarlo con grande chiarezza, grande precisione, grande coraggio. Ciò che serve è un nuovo soggetto politico della Sinistra italiana: forte, autorevole, unitario, plurale, con basi di massa.

Tocca a noi. Tocca a Sinistra Ecologia Libertà, alla quale chiediamo di percorrere fino in fondo la grande generosità con cui si è messa a disposizione in questi anni e, ancora, in questi mesi, creando da subito un luogo, uno spazio più ampio al quale cedere un pezzo della sua sovranità.

Tocca alla sinistra del Partito democratico, a cui ci rivolgiamo con grande rispetto, ancora di più in queste ore quando per il coraggio delle loro battaglie molte compagne e molti compagni sono fatti oggetto di attacchi vergognosi, inaccettabili. Per questo a Pippo Civati va tutta la nostra solidarietà. E Pippo lo sa che è già, in questo abbraccio, uno di noi.

Grande rispetto, dicevo: ma sapendo che anche per loro questo è il tempo delle scelte necessarie, decisive. Non compierle significherebbe trasformare il coraggio in corresponsabilità nei confronti di un Partito democratico che è, da troppo tempo, il partito delle larghe intese, del Jobs Act, della contro-riforma costituzionale.

E poi ci siamo noi, le reti, i soggetti, le tante esperienze organizzate e diffuse della sinistra italiana, che possono portare nel nuovo processo idee, energie, pratiche, contributi, punti di vista indispensabili.

Ma attenzione: ho nominato i presenti perché la nostra iniziativa è essenziale, ma guai a noi se pensassimo alla Sinistra del futuro come a una sommatoria di parti, che si ottiene incollando i cocci di una vaso che si è rotto.

Saremmo destinati alla sconfitta, come è già accaduto in passato troppe volte.

Dobbiamo invece immaginare la Sinistra come il luogo dell’innovazione, della fantasia, della passione politica e soprattutto del protagonismo reale delle donne e degli uomini, delle tante soggettività in carne e ossa, delle lavoratrici e dei lavoratori, di chi vive sulla propria pelle l’urgenza del cambiamento.

Nella piazza del 25 ottobre c’è il nostro mondo, la nostra gente. In quella piazza e nelle ragioni dei tanti che ancora non abbiamo convinto c’è la nostra ragione sociale.

Perché insisto su questo punto?

Perché dobbiamo tornare a ricostruire una connessione tra le parole e le cose, prendendo in prestito Foucault. Il dramma – la più grande e ingiustificabile responsabilità delle diverse sinistre – è avere scarnificato le parole, averle svuotate di senso.

È successo perché negli ultimi trent’anni la sinistra ha assunto via via il punto di vista dell’avversario, introiettando le sue parole, il suo linguaggio, il suo orizzonte. Ha perso la sfida della trasformazione perché ha smarrito la capacità di sottoporre a critica il mondo, ha assunto come definitivo e immodificabile il presente.

Qui, a questo livello, spetta a noi. Possiamo riaprire la partita. Ma per farlo serve fare i conti, fino in fondo, con il tema gigantesco della credibilità.

Credibilità vuol dire coerenza, trasparenza, onestà, corrispondenza tra quello che dici e quello che fai, tra quello che fai e quello che sei.

Vuol dire essere forza di cambiamento e non di conservazione, guardando il mondo con l’orgoglio delle proprie radici ma con lo sguardo proteso verso il futuro, sempre!

Vuol dire avere uno stile diverso, non volgare, incompatibile con Mafia Capitale e con le tante mafie che in tutto il Paese hanno visto la politica troppo spesso contaminata con la corruzione.

Vuol dire, infine, avere una vocazione naturale non alla testimonianza ma all’efficacia, alla trasformazione; vuol dire avere una cultura di governo, una vocazione maggioritaria, un’ambizione egemonica.

Perché le bandiere non vanno agitate per ribadire una purezza sempre più sbiadita, ma vanno fatte vivere nei processi reali, nella vita reale.

Questa è la nostra sfida. E insieme noi la vinceremo.