Relazione introduttiva al seminario di Ostia, 8-9 settembre 2018

Non so se vi ricordate il giorno di Pasqua del 1997. Al governo c’è Prodi, il ministro della Difesa è Beniamino Andreatta e al largo della costa di Brindisi un’imbarcazione albanese, carica di disperati, in fuga dalla guerra civile, da quella che i libri di storia chiamano la anarchia albanese, con quel Paese in mano alla criminalità organizzata e alle bande armate, viene speronata e affondata da una manovra sbagliata di una corvetta della nostra Marina militare che stava tentando di bloccarne il passaggio. E’ una tragedia involontaria, ovviamente, ma è una tragedia. Muoiono 81 migranti, ci sono 27 dispersi. Il governo parla di pattugliamento, le opposizioni di blocco navale. Non voglio rientrare in quella polemica, è passato molto tempo.

Ricordo quei giorni perché Silvio Berlusconi, che allora è il capo dell’opposizione e della destra italiana, corre a Brindisi e si mostra alle telecamere in lacrime.

Dice: “dobbiamo essere generosi, non possiamo buttare a mare chi fugge da un Paese vicino temendo per la propria vita, cercando salvezza e scampo. Il nostro dovere è dare accoglimento a queste persone”. E aggiunge: “io li ho visti, i superstiti del naufragio. Erano disperati. Capite? Erano uomini disperati”.

Il capo della destra italiana – certo per un calcolo di puro cinismo politico, per una polemica politica intrisa di ipocrisia – ma pur sempre il capo della destra italiana piange in diretta televisiva e chiede umanità, compassione, giustizia per quei migranti.

Ve lo ricordo per confrontare questa immagine con quelle di questi giorni, con le parole del nuovo capo della destra italiana. Sono passati vent’anni e con la nave Aquarius in balia da giorni delle onde e della tempesta al largo della Sardegna, con le scorte alimentari al minimo, Salvini rilascia alle agenzie due comunicazioni. La prima: “Non è che possano anche decidere dove far cominciare e finire la crociera. Se il mare è mosso sono problemi loro“. La seconda: “I porti italiani li vedranno soltanto in cartolina”. E due mesi dopo, con la nave Diciotti, la scena è ancora più raccapricciante. Salvini – con l’avallo dei 5 Stelle – decide per giorni il sequestro di decine di persone, prendendo a schiaffi il diritto internazionale e marittimo, la Costituzione e le leggi dello Stato italiano, la Procura di Agrigento, il Presidente della Repubblica.

Questa è la nuova destra. La mia impressione è che Salvini si possa permettere questo cinismo sciagurato, disumano, criminale perché si è rotto nella società italiana il tabù del razzismo; e perché sa di potere interpretare un sentimento comune che ha rotto gli argini nella società, nella sub-cultura media, nella pancia del Paese.

E’ una destra capace di egemonia, e più alza il tiro e più ha consenso. Cresce. E  cavalca un vento europeo che da Orban all’Austria, dall’Alternative fur Deutschland (che nei sondaggi ieri nei sei land dell’Est è il primo partito con il 27%) a Marine Le Pen, dall’Olanda alla Slovacchia, dalla Polonia alla Svezia, dalla fondazione di Bannon a Seehofer, capo della CSU bavarese, cresce impetuosamente. Il loro obiettivo è chiaro: prendere la maggioranza del PPE alle prossime elezioni europee e, facendo asse con le destre radicali e neofasciste, prendere in mano l’Europa. Non si tratta di fatti tra loro irrelati: c’è un progetto, un’internazionale bruna, sovranista che vuole prendere in mano l’Europa e riportarla agli anni Trenta.

In nome del nazionalismo, del protezionismo, delle sacre frontiere, della lotta contro la società aperta, il multiculturalismo, le differenze, persino le basi della società liberale. 

Se noi non capiamo che siamo dentro un punto di svolta della storia europea e mondiale non capiamo nulla.

Marc Bloch utilizzava la categoria della civilizzazione (per indicare l’insieme delle strutture materiali e antropologiche di una società): noi dobbiamo mettere a fuoco la crisi della civilizzazione europea perché siamo di fronte a un fenomeno di lunga durata.

Gramsci parlava di blocco storico, indicando l’unità sostanziale tra struttura e sovrastruttura, l’unione – in un campo politico di potere – di interessi economici e di idee: una unione che resiste anni, in potenza decenni, non un fenomeno che dura il tempo di una campagna elettorale. Noi dobbiamo mettere a fuoco i contorni di questo nuovo blocco storico che si sta consolidando.

E se è così, se ci servono Bloch e Gramsci, allora occorre per davvero una risposta politica, culturale, morale, intellettuale all’altezza.

Penso che debba seguire tre assi.

Il primo: l’Europa per noi è una scelta di campo irreversibile. Lo diciamo senza alcuna ambiguità. L’Europa è la nostra storia, il nostro presente e il nostro futuro. Certo, deve cambiare: la sua architettura costituzionale, il segno di fondo delle sue politiche economiche, persino il suo ruolo nella politica internazionale. Ma non può esistere un nazional-sovranismo di sinistra, non può esistere una sinistra italiana chiusa nei confini nazionali, disinteressata a governare e trasformare l’Europa.

Dobbiamo avere sempre presente la lezione di Mitterand: il nazionalismo è sempre guerra, conduce sempre lì. E di conseguenza dobbiamo tenere bene in testa la lezione della storia, a partire da quando i socialisti di tutta Europa alla vigilia della prima guerra mondiale votarono i crediti di guerra, anteponendo gli interessi delle rispettive borghesie nazionali alle prospettive di pace e benessere del proletariato europeo e mondiale.

A chi oggi a sinistra propone patria, nazione dico che non hanno imparato né dalla storia né dalla Costituzione, il cui messaggio universalista è tutto fuorché piegato a difendere gli autoctoni, i puri, i confini.

E mi si consenta di dire pure che il patriottismo costituzionale è un’altra cosa: per Habermas Stato e democrazia sono due concetti inscindibili. Senza democrazia non c’è patriottismo costituzionale possibile.

Il secondo asse è la discontinuità.

Il nostro europeismo deve fare i conti – per non essere astratto e retorico – con il fallimento delle politiche che in questi anni hanno aperto la strada alla rabbia e alla sofferenza cui attinge oggi il nazional-populismo. Persino la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale nelle ultime settimane lo hanno dovuto ammettere, la prima riconoscendo che non esistono conferme empiriche della tesi per cui la flessibilità nel mercato del lavoro produce automaticamente sviluppo e occupazione; e il secondo confermando che i mercati finanziari lasciati a loro stessi (al gioco della mano invisibile) possono generare gravi squilibri ed episodi di instabilità macroeconomica.

E allora ci vuole coraggio nel dire che il centrosinistra in Europa e in Italia negli ultimi anni ha sbagliato molto, moltissimo: a compiere privatizzazioni selvagge; a imporre politiche di austerità (dal fiscal compact al pareggio di bilancio in Costituzione); a introdurre il virus della precarietà del mercato del lavoro; a seguire spesso un approccio subalterno alle potenze colonialiste in politica estera (a partire dalla Libia e dai conflitti in Africa cui ogni anno continuiamo a fornire miliardi di euro di armamenti); a impoverire e dequalificare la scuola, l’Università e la ricerca; ad abbandonare ogni idea di pianificazione della nostra politica industriale; e, complessivamente, a produrre politiche economiche che hanno allargato la forbice delle diseguaglianze invece che ridurla.

Il terzo asse, infine, è quello dell’unità. Non voglio fare paragoni impropri ma oggi è l’8 settembre e la suggestione viene naturale. Di fronte al fascismo, all’indomani della diserzione delle classi dirigenti dalla propria responsabilità e della possibilità di restituire finalmente pace e libertà al popolo italiano, le forze democratiche si uniscono e il 9 settembre formano il CLN. Al nord le formazioni partigiane organizzano la Resistenza. Pavone nel suo bellissimo libro scrive: è il momento delle scelte. E il segretario del partito comunista, Palmiro Togliatti, di lì a breve dirà due cose con la svolta di Salerno: l’obiettivo della sconfitta del fascismo viene prima della discussione tra monarchia e Repubblica e delle differenze tra di noi; e per attrezzare un’alternativa occorre il coinvolgimento popolare, di massa, occorre un fronte ampio e occorrono partiti organizzati, intellettualmente dinamici, operosi, in rapporto con le masse contadine, con gli operai, con i ceti intellettuali, con i giovani, con i lavoratori. E dà l’esempio trasformando il Pci in un partito nuovo, non settario, aperto al rapporto con i ceti medi, con i cattolici.

Unità, fronte democratico e partito di massa.

Noi ovviamente dobbiamo copiare formule, ma imparare dalla nostra storia, dai fondamentali. Come allora occorre genio, intelligenza, spirito di sacrificio. E analisi concreta della realtà concreta.

Arriviamo a noi, allora. Quello che oggi esiste nel campo democratico e progressista non solo non è sufficiente ma è un ostacolo che preclude ogni possibilità di battere seriamente il nazional-populismo.

Il partito democratico è un ostacolo. Apprezzo il tentativo di quanti nel Pd si sono accorti dello smottamento. Ma non è sufficiente. I fischi di Genova dicono chiaramente qual è il giudizio dell’elettorato italiano su quel partito.

E sono ostacoli tutte le altre formazioni esistenti della sinistra riformista o radicale italiana: nessuna oggi può pensare che, partendo da sé, dal proprio 2%, si mette in campo qualcosa di utile, di serio, di attrattivo. A partire da Leu, un cartello elettorale che è nato male e che rischia di finire ancora peggio, ucciso dal politicismo, dall’inadeguatezza dei suoi gruppi dirigenti, dalla mancanza di passione e di strategia.

Qui occorre fantasia e grande buon senso. Quindi occorre mettere in campo – questa è la proposta politica che le nostre associazioni avanzano in questa sede – una nuova soggettività politica della sinistra a partire dalle prossime elezioni europee.

E badate: il tema non è sommare i pezzi che oggi ci sono. Ma travolgerli tutti, superarli tutti, costringerli a fare i conti con la necessità non per noi ma per il Paese di un salto di qualità, di un passo in avanti. Occorre non mettere insieme i cocci ma creare un soggetto nuovo.

Ha ragione Cacciari a chiedere un cambio di paradigma, dice cose ragionevoli che noi diciamo da diverso tempo. Però insisto: la soluzione non è la lista “da Macron a Tsipras” banalmente perché in Italia non c’è né Macron né Tsipras. Il tema in Italia è una lista nuova e unitaria che superi il Partito democratico, che superi Liberi e Uguali e che metta in campo una proposta convincente, discontinua e credibile.

Concludo con due appunti.

Il primo: la politica ha bisogno di identità. E averlo negato per tutti questi anni giocando sul post-moderno, sulla fine della storia, sulla società liquida è parte degli errori che dobbiamo rimuovere. Questa esperienza che deve nascere ha bisogno di una identità forte e precisa, che dica da dove veniamo e indichi dove vogliamo andare. Per me questa identità è quella di un nuovo socialismo del XXI secolo, di un nuovo laburismo che valorizzi l’umanesimo della tradizione socialista e cristiana insieme alle lotte per i diritti, per il lavoro, per l’eguaglianza della tradizione socialista e comunista. Non vi sto parlando con il torcicollo. Vi parlo di Corbyn, del governo greco, del governo portoghese, che nell’ultimo anno è cresciuto come mai negli ultimi 17, che ha riportato il deficit al 2%, il più basso dal 1974, ha fatto crescere le esportazioni del 7% e, contemporaneamente, ha aumentato le pensioni minime e i salari pubblici, ha aumentato la pressione fiscale sui redditi più alti, ha riportato l’orario di lavoro a 35 ore e tanto altro. A queste esperienze dobbiamo collegarci, con grande orgoglio e radicalità.

Infine, il secondo appunto.

Abbiamo bisogno di una vera rivoluzione nelle forme dell’organizzazione, della partecipazione politica. Vedo Livia Turco tra di noi: impariamo dal movimento femminile e femminista. Proviamo a federare, mettere in rete tutto quello che si muove nel basso e nell’alto, nelle istituzioni e nella società: occorre un partito Momentum, porta a porta, quartiere per quartiere. Radicato nel territorio, presente sulla rete e che consenta a nuove energie, nuove forze, persino nuove generazioni di prendere in mano il loro e il nostro destino.

Noi iniziamo a fare la nostra parte. Animiamo questa discussione, ne animeremo molte altre nelle prossime settimane. Iniziamo dalle nostre associazioni e da chiunque vorrà aderire, federandosi paritariamente. Esperienze locali e nazionali, sociali e culturali, artistiche e politiche.

Parleremo al Paese. A chi ci vorrà ascoltare.